|
|



last update Maggio 2005
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
|
e..
L'eterno presente dell'arte:tradizione e progresso Tradizione e progresso: manualità e materia La spiritualizzazione della materia |
![]()
about my Copyright
Navigatore
devo ricordarti che ![]()
:![]()
Time-art gallery> idea, poetica, opere esposte, soggetti, medium tecnico, stile, titoli, questo sito web e quant'altro in tutto o in parte non possono essere nè plagiati e nè usati a scopi commerciali da terzi senza espressa autorizzazione dell'autrice.
Il
sistema attuale dell'arte contemporanea conduce
alla negazione dell' Arte stessa .(R.
Matera) ![]()
![]()
| Sempre
più spesso si parla di arte, e a tale termine si danno vari, validi e
ampi significati ma mai pienamente esaurienti, poiché la sua dimensione
è profonda per intensità e globale per ampiezza. |
| Dai
tanti stili di arte e dalla grande produzione di opere si trae
immediatamente un concetto basilare: l’arte è espressione dello spirito
di un uomo, di un popolo, dell’intera umanità. |
| Affermava
Charles Baudelaire il grande poeta francese dell'Ottocento, che l’arte:
"E' la creazione di una magia evocativa che tiene insieme oggetto e
soggetto, il mondo esterno all'artista e l'artista stesso". Ed ancora
dal dizionario Devoto-Oli, per "Arte" si intende "qualsiasi
forma di attività dell'uomo come riprova o esaltazione del suo talento
inventivo e della sua capacità espressiva". |
| Si
obietterà che alcuni esperimenti tentati in vari ambienti pur portano a
risultati gustosi allorché si prova a far spennellare animali provvisti
di appendici prensili. |
| Ma
essi sono solo vani scimmiottamenti del fare artistico dell’uomo. |
| Egli
è l’unico vero iniziatore e propulsore di arte che crea guidato dal suo
spirito, o psiche che si voglia chiamare. Egli guida il suo talento,
coscientemente conosce e coscientemente riesce a spiegare la sua arte,
interiormente sa cosa vuole esprimere, sa a chi si rivolge. |
| Egli
genera un manufatto, un prodotto artistico di particolari peculiarità
riconosciute nel tempo da altri uomini. |
| Tali
peculiarità sono le qualità artistiche appunto, ossia le intenzioni, i
concetti, le idee, le sensazioni, le intuizioni e altro ancora, cioè
conoscenza della dimensione unitaria del bello e del buono, che nel
divenire dell’opera sono sviluppate dall’artista in piena armonia tra
loro, attraverso materia, forme, colori o suoni o immagini, cioè mezzi,
divenendo immediatamente percepibili ad altri attraverso la fruizione
dell’opera stessa. |
| Tale
caratteristica conferisce quindi all’arte lo status di linguaggio per
eccellenza, linguaggio condensato, linguaggio universale. |
| L'arte
dunque è quella pregressa conoscenza interiore che un autore ha della
realtà nel tempo, emanata esteriormente mediante quel “fare opera o
evento creativo”, al fine di renderla quale realtà materialmente
visibile nella sua dimensione storica a tutti gli effetti. |
| Tale
evento- in embrione poiché già presente interiormente nell’artista-
quando acquisisce forza cognitiva sufficiente, pulsa per emergere e si
sviluppa e si conclude divenendo oggettivamente opera attraverso il
“fare artistico”. |
| Ossia
diviene conoscenza visibile di realtà nel tempo. L'evento torna cioè da
dove ha tratto la sua origine. |
| Si
potrebbe dire dunque che l'artista non sia davvero l’unico autore della
creazione artistica, perché lui stesso per produrre, deve essere come
fecondato dal seme invisibile della conoscenza proveniente da una
qualsiasi realtà oggettiva a lui visibile che lo circonda, anche suo
malgrado, o di cui ami circondarsi. |
| Egli
è fecondato dalla vita che è intorno a lui, da come la percepisce, da
come la individua, scoprendone i tratti reconditi e misconosciuti, tutto
mediando attraverso la sua sensibilità nel grado di evoluzione o maturità
da lui raggiunta, che funge da catalizzatore tra vita esterna-realtà e
vita interna- ossia il suo spirito quale organo ricettore inglobante. |
| Questo
è quel che è tecnicamente denominato nel mondo artistico poesia o fare
poetico di un autore. |
| Si
potrebbe affermare che la realtà del mondo e nel tempo è l'organo
maschile e l'artista è l'organo femminile; che lo Spirito dell'umanità
è fonte di percezione e lo spirito dell'artista è ricettore e
sviluppatore di tale percezione. Lo Spirito E', e, lo stesso, all'artista,
è visibilmente presente nella realtà, da cui egli stesso può prenderne
a piene mani per tradurlo in opera artistica. Lo Spirito è il compendio
di tutte le scienze e di ogni pensiero, perché è il compendio della
vita, dei sentimenti, delle idee di tutti gli uomini di ogni razza e
religione, di ogni età e di ogni sesso, di ogni condizione sociale: lo
Spirito è la Vita esistente. |
| Taluni
affermano, e non a torto che l’arte è vita. Il concetto è sicuramente
esatto ma forse troppo laconico e può essere mal interpretato. L’arte
è vita, perché è espressione della vita. Se non c’è vita non può
esserci arte, né autori né fruitori: e per vita si intende ben altro che
la mera esistenza fisica degli esseri. torna
su |
| Da
siffatte premesse si raggiunge il concetto che l'arte è rivelazione del
Vero come raggiunto e afferrato dallo spirito, e offre pertanto conoscenza
vera, quindi non già di ciò che “sembra” della realtà così come
appare nella sua esteriorità, ma di ciò che “è” nella sua sostanza.
Per giungere il fruitore ad avvantaggiarsi del patrimonio cognitivo
mediato dall’arte occorre ovviamente che egli si avvicini al linguaggio
artistico. |
| Considerando
l’arte nella sua accezione più pura va notato che in una quantità
enorme di opere definite come artistiche, non c'è unità ed unanimità di
valutazione fra il pubblico e tra gli esperti, ossia se si tratti di arte
pura o meno. Ciò perché il linguaggio artistico è assai complesso
proprio perché spirituale, totalizzante e consta di numerose forme di
espressione e quindi di fruizione, perché numerosa e varia è l’umanità
e di riflesso anche la cultura dei popoli che la compongono. Ma l’opera
che, creata, è consegnata dall’autore al tempo e quindi alla storia, sa
attendere, e la storia stessa qualificherà quelle opere contemporanee non
immediatamente qualificabili come d’arte. |
| Ma
quanti con animo sereno, sanno distaccarsi dal gusto privato per uno
stile, distaccarsi dalla simpatia per un autore, possono giungere ad
afferrare la qualità artistica di ogni opera e considerarne per fruirne
l’arte pura ivi espressa. |
|
01/08/2003
Copyright by Raffaella Matera torna
su |
|
E'
noto che in una quantità enorme di opere definite o definibili come
artistiche, non c'è unità ed unanimità di valutazione fra il
pubblico e tra gli esperti, sulla autenticità di questa o
quell'opera, non già sull'attribuzione dell'autore, ma se si tratti
di arte pura o meno. Ciò perché il linguaggio artistico assai
complesso, proprio perché spirituale e totalizzante, consta di
numerose forme di fruizione, e il pubblico critico è edotto su una
o su l'altra, ma mai su tutte, ed anzi anche su queste forme di
valutazione il disaccordo è pieno e si favorisce ora l'una ora
l'altra teoria. Così ci si allontana piano piano dalla realtà e
dal vero andando verso ombre speculative che intorpidiscono
l'intelletto fino a farci smarrire la strada maestra quella cioè
che conduce gli uomini a porsi di fronte ad un'opera
serenamente, secondo la propria sensibilità d'animo, perché si
“riceve” in spirito il messaggio recondito dell'opera oltre cioè
il soggetto o il titolo o l'autore o la recensione. A volte pur si
chiedono lumi all'autore, e taluni lo ritengono perfino di una certa
utilità. Nessuno pensa che chiedere all'artista di parlare delle
sue opere valga poi come dire che le stesse sono mute. Per mancanza
di voce |
|
Ma
qual è l'esatto modo di porsi di fronte ad un'opera? Il modo esatto
è quello peculiare di ogni individuo certamente, |
|
Naturalmente
la recensione di un critico, quando personalmente si è
impossibilitati a giudicare un'opera è sicuramente comodo viatico, |
|
|
|
2002-Copyright by Raffaella Matera |
|
tradizione
e progresso. Nell’ambito
odierno, la tecnologia proseguendo sconfinatamente la sua corsa
forsennata, entra nel mondo artistico prepotentemente diventando
medium espressivo con numerosi autori di digital art. Dalla
tradizionale pittura ad olio all’arte digitale, lo spazio
intercorrente è colmo però di tutta una serie di “arti”, non
minori per stili e mezzo, ma di forma artistica diversa che usando
altri mezzi, insistono sulla rottura con il passato. Alcuni
conservano una certa validità di linguaggio mentre altri sono solo
bricolage mascherato da arte. Ma, volendo porsi la domanda,
nell’ambito dei due estremi confini - ossia pittura tradizionale e
digital art e tutta l’ altra creatività fra essi esistente- si può
rispondere che tutta la produzione rappresenta l’ eterno presente
dell’arte. Il
dibattito in verità è annoso, partito 100 anni fa, quando le nuove
tecniche sviluppate, pur assorbendo grossa parte di arte
tradizionale, evolvendola, pur restando ancorata inizialmente
saldamente al mezzo espressivo, massimamente tradizionale appunto,
con il mutare dei tempi, dello stile, ne mutava lentamente
tecnica avanzando verso mezzi nuovi. Il
problema in effetti, non esiste, ma esiste per alcuni artisti. Non
è difficile riscontrare talvolta anche una sottile denigrazione
rivolta ad artisti “diversi” per tecnica, ossia a coloro che
concretizzano il loro estro con un metodo antitetico al proprio. Alcuni
tradizionalisti affermano che la digital non sia arte, perché
scarseggia nella qualità della creazione, sia ripetitiva avendo la
tecnologia per effetto la possibilità di una grossa produzione con
poca spesa di tempo e non solo, essendo la manualità ridotta al
minimo, e che non possa affrontare altro tema che se stessa, ovvero
non sia specchio critico della società, argomento di cui da sempre
l’arte si è fatta carico e promotrice. Inoltre la minaccia
molto reale avvertita da alcuni artisti “tradizionali “
nell’arte digitale e concettuale, di un senso denigratorio nei
propri confronti con la presunta avanguardia a tutti i costi,
forzatamente e forzosamente, quel provocare e strabiliare, facendo
gran baccano visivo, affermando che nella pittura ad olio tutto sia
stato già trovato e già detto, sia sorpassata, divenuta
insignificante, appartenente al ciarpame del dejà vu... Bisogna
riconoscere, per correttezza, che la tecnologia invero offre a chi
è vuoto di idee, ma sa usarla, una possibilità impressionabile di
produrre non arte vera e propria, ma solo quei prodotti estetici che
facilmente sono scambiati per arte da un pubblico profano del
settore. Offre
cioè mezzi per realizzare immagini che possono apparire
rappresentazioni di pensiero, anche se nell’autore non è
riscontrabile un vero pensiero. E
lo stesso vale per gli imbrattatele, produttori di croste, e per
quanti si cimentano con altro materiale, non potendo fornire alcuna
genesi della propria “opera”: da cosa è scaturita, come è
nata, perché è estrovertita in quel modo ecc… ; non potendo
fornire e documentare inoltre il percorso evolutivo della propria
idea nel tempo, ossia mancando di affidabilità. Per cui, chi si
trincera dietro un no comment, oppure riesce a parlarne ma con
impressionanti discrepanze, permette come minimo qualche perplessità
nel visore. La
replica di alcuni digitalisti è che, la comune credenza che solo le
vecchie tecniche producano arte, sia da abbattere, perchè spendere
tempo in metodi di copiatura tradizionale rivolta
all’apprendimento fondamentale è inutile, quando lo stesso tempo
possa utilizzarsi invece per essere creativi alla propria
maniera. Ossia si incamminano verso il prodotto finale tralasciando
ogni altra cosa. Chi
ha ragione, e semmai, c’è una ragione da dare a qualcuno?
Assolutamente no. Queste
diatribe a cui si assiste nel mondo artistico d’oggi, non hanno
valido fondamento, anzi non ne hanno altro che non sia l’egoistica
autopromozione a scapito della deontologia del settore. Ma
se un artista ha la libertà di scegliere il mezzo più appropriato
alla sua espressione, si può riflettere che all' eterno presente
dell'arte appartengono sempre tradizione e progresso. Incitare
l’una o l’altra è solo una manovra commerciale, una delle tante
da fomentare per il beneficio dei promotori. L’artista
effettivamente valido usa il proprio mezzo, ha una sua tecnica e
continua la sua ricerca nell’ambito che predilige e più consono
alla sua idea di arte. Di
conseguenza è legittimo pensare che il progresso tecnologico da
solo non assicura, né lo potrebbe, uno sviluppo dell'arte nel senso
puro. Ma solo l’idea artistica dell’ autore, qualunque sia il
mezzo adottato, può produrre effettivamente arte. Quindi,
se è sempre ed ancora importante la fruizione del prodotto finale,
l’opera, sia dei tradizionalisti -ove è possibile ammirare la
qualità dei colpi di pennello, la profondità del colore ad olio
usato, la testura cromatica, l’abilità della sotto-pittura o
abbozzo, o semplicemente le abilità compositive, il segno, la
scelta del soggetto realizzato ed il relativo rapporto con
l’insieme degli oggetti inseriti, volumi e masse, e tutto
nell’insieme armonico e godibile- , altrettanto lo è per la
digital-art benché più enigmatica prevedendo una cultura anche
tecnologica nel pubblico. Ma non bisogna dimenticare che l’idea
nell’artista è basilare, il concetto deve esserci,
riscontrarsi.
Il
termine artista va bene per entrambi, è consono e coerente
perfettamente. Infatti
quasi tutti gli artisti hanno la possibilità di creare oggi con
tutti i mezzi, poiché hanno bagaglio grande di esperienza e sete di
conoscere sempre ogni nuova strada espressiva, anche se
autonomamente decidono di non sceglierla poi definitivamente per le
proprie rappresentazioni. E’
triste che taluni discutano infinitamente e spesso poco onestamente,
su una gerarchia presunta dell'arte in termini di relativo medium e
metodo di produzione, mentre è bene starsi accanto, ed a vicenda
scambiarsi esperienze giovando il confronto all’arte pura. Un
buon lavoro è sempre buono qualunque sia il mezzo usato. Essere
creativo non ha niente a che fare con gli attrezzi uno usa e si può
esprimere a volte anche senza gli attrezzi specifici, ma con
qualsiasi cosa di cui si abbia disponibilità nell’immediatezza.
Se l’idea manca, se la creatività manca, allora non vi è arte,
al di là di una tecnica perfetta. Per entrambi occorre dire che per
quanti si definiscono artisti, pur sommergendo la scena di numerosi
prodotti, a pennello o digitale, non si ravvisa davvero alcuna
differenza tra loro, perché quando arte non è, non lo è e basta,
e viceversa. Una
riflessione emerge: spostare il discorso sul visore e sul concetto
di arte che il visore ha. Un artista vero sa riconoscere l’opera
di un altro artista vero. Ma il visore? Quasi mai, egli si affida ad
altri: critici e galleristi. Entrambi fanno parte del mercato che ha
le sue leggi e i suoi profitti.. L’arte
dunque rappresenta l’eterno presente della vita. 01/01/2003
Copyright by Raffaella Materatorna
su |
|
manualità
e materia.
"Dal
momento che l'arte non è più l'alimento che nutre i migliori,
l'artista può esercitare il suo talento in tutti i tentativi di
nuove formule, in tutti i capricci della fantasia, in tutti gli
espedienti del ciarlatanismo intellettuale. L’extrapolazione
succitata individua chiaramente alcuni aspetti basilari da ponderare
nel corso della presente trattazione. Difatti essa conduce alla
verità che spesso non è piacevole, perché non ha bisogno di
piacere, non dovendo lusingare alcuno, ma piuttosto portare alla
luce la conoscenza. E, per sgomberare ulteriormente l’argomento da
possibili equivoci, s’inserisce sempre dal “Libro Nero” di
Giovanni Papini, una considerazione sull’artismo: “Un'arte non
sentita, un'arte cercata e costruita è Ed
ancora: “Un secolo che spaccia per arte orinatoi, "merde
d'artista", tele bruciate e imbrattate, è un secolo di netta e
inequivocabile decadenza. S’individua
così, perfettamente e nitidamente, che è la poesia o idea poetica
a qualificare primariamente un’opera come opera artistica. Chi fa
arte è chiamato artista, chi fa artismo è chiamato artimista, ma
non accetta normalmente il distinguo. Si tralascia di parlare dei
ciarlatani, dei bricoleurs e artistoidi. La
differenza tra artismo ed arte è sostanziale, incancellabile, non
assimilabile da tutti certamente, ma necessaria attualmente, là
dove il pubblico spesso è confuso da quei tutti prodotti estetici
messi abilmente in circolazione. L’assioma
presentato, quasi un dogma artistico, da sempre tacitamente
riconosciuto dagli addetti ai lavori, rappresenta quindi un punto
fermo iniziale per continuare la carrellata di motivi addotti dal
mondo artistico convenzionale e la digital-art, quale estremo limite
del nuovo panorama espressivo- in merito alla valenza delle opere. Presumendo
che la poesia sia presente tanto nell’artista tradizionale che nel
digitalista, occorre soffermarsi su questioni più dettagliate e
precipue delle due forme visive, per meglio comprendere le
differenze connesse, entrando nel campo della manualità e giungendo
alla materia. In
riferimento alla differente manualità, bisogna innanzitutto
spiegare una particolare condizione artistica, comunemente chiamata
”avere la mano o possedere la mano”. Con questa frase gergale
s’indica la disposizione, propensione innata e naturale,
suffragata dalla dimestichezza d’esercizio, di un autore. Ossia,
quel saper cogliere intellettivamente Benché
ciò sia assolutamente insufficiente per denominare artista un
qualsiasi pittore di “buona mano”, è comunque un iniziale
elemento da cui tutti gli artisti partono per la loro formazione,
quindi l’interrogativo che si propone è questo: un digitalista
“possiede l’occhio”, “possiede la mano”? O forse è la
macchina, computer ed il programma sofisticato installato ad averlo?
Sappiamo che i pixel elettronici aiutano il digitalista, ben più e
ben diversamente che il pennello il pittore… Il
digitalista svolge prettamente lavoro creativo assoluto di fase
compositiva, mentre l’artista convenzionale partecipa attivamente
in prima persona a tutte le consequenziali fasi creative di
un’opera, che senza questo suo diretto apporto non potrebbe
esistere materialmente. Un
esempio esplicativo: fra le due correnti artistiche esistono le
stesse differenze, le stesse problematiche, che si riscontrano tra
un qualsiasi sport in cui l’uomo- la persona è in primo piano
attivo e sfida i propri limiti da solo o in collettivo (nuoto,
tennis, calcio etc..) al fine di raggiungere qualcosa- e
l’automobilismo. In quest’ultimo i protagonisti sono due, pilota
e macchina. Spesso l’uno soverchia l’altro, e sempre però uno
non può nulla senza l’altro. Dalla perfetta sinergia dei due
scaturisce comunque spettacolo e vittoria, ossia l’evento
sportivo. Una
seconda riflessione s’innesta: la differenza di supporto. Tela,
pannello, carta- Pc ed energia elettrica. Tale
rilievo è alquanto interessante: infatti mentre la pittura
convenzionale è concretamente tangibile in un oggetto, quadro
normalmente, è sempre a disposizione, è sempre visibile alla luce
del giorno, è sempre sfiorabile (è nota la sensazione e
l’emozione suscitata dallo sfiorare con una mano una pittura) con
ampia fruizione cognitiva, visiva e tattile dunque, diverso è il
discorso per la digital. Difatti
normalmente essa, una volta creata, ha bisogno, per esistere dello
stesso mezzo con cui è stata creata appunto, ed è fruibile,
percepibile dal visore ancora e solo attraverso il medesimo mezzo.
Ossia è madre e figlia di se stessa. L’energia
che permette la creazione e l’esistenza della digital-art,
alimenta anche il supporto mediale necessario, indispensabile per il
godimento dell’opera nel tempo. Senza energia l’opera digitale
praticamente non ha esistenza. Si
obietterà che può essere stampata, ma allora si scivola su un
altro campo. In
merito alla fruizione poi, la particolare luminosità di queste
opere è totalmente elettronica -ossia non deriva dall’idea
titanica di catturare la luce naturale, non per riprodurla ma per
trasfigurarla nell’opera - ma esiste attraverso un’energia,
quell’elettrica, e quindi ha una luminosità maggiore, godibile
sicuramente, ma diversa essenzialmente, artificiale, virtuale. Entrati
cosi, nel precipuo materia che tanta importanza riveste nell’arte,
più che mai attualmente, val bene inoltrarsi in una considerazione
d’ordine generale. Da
sempre l’arte si propone inderogabilmente la spiritualizzazione
della materia oltre che la trasfigurazione del soggetto di
conoscenza artistica. Ossia il materiale, medium usato, attraverso
l’intervento diretto dell’artista, divenendo opera d’arte,
subisce un’elevazione di condizione: da semplice colore diviene il
colore di un’opera d’arte, cioè fa parte dell’opera stessa,
ne è un elemento, grande, sostanziale e irrinunciabile. Quindi
si ha un fenomeno oggettivo che ha queste fasi: materia >
intervento autore > opera artistica. Questo
fenomeno basilare, è tipico dell’arte convenzionale. Nella
digital-art, questo elemento non ha medesima peculiarità. Difatti
la tecnologia è da considerarsi medium o anche materiale?
Presumibilmente e non solo, essa è mezzo. Forse
l’energia è da considerarsi materia artistica? Potrebbe
considerarsi positivamente che la digital-art spiritualizzi
l’energia, che oltre ad alimentare il mezzo tecnologico usato,
permette l’esistenza dell’opera e che essa dunque, e non
l’hardware e software, è il vero materiale artistico? Sicuramente
questo è realistico. Ma
spetta sempre al fruitore optare per una forma espressiva o
l’altra più congeniale alla propria Il
vero cultore dell’arte, il vero esteta sa cogliere
intellettivamente la poesia visiva di ogni opera, ben al di là di
stile espresso, mezzo, soggetto, autore conosciuto o sconosciuto che
sia. torna
su |
La
Spiritualizzazione
|
Il Bello nell’ArtePer
parlare di “bello” nell’arte è opportuna un’ iniziale
premessa, richiamando immediatamente il concetto greco di
“kalokagathia” ossia di bellezza-bontà, perché come
validamente asserisce Platone “ La potenza del bene si è
rifugiata nella natura del bello”. Ma
cosa è il “bello”? Del
termine si deve trarre innanzitutto l’accezione originaria del
termine latino: “bellus cioè buono”; ciò che lo
contraddistingue dunque è la qualità di buono. In
conseguenza, nel linguaggio comune attuale, si spazia altresì con
altri termini, e comunque sempre limitativi del concetto stesso,
quali “grazioso, avvenente, acconcio, che piace, ben fatto, ben
proporzionato” e similari. Quindi
se la natura offre il buono nel bello, l’artista non può
esimersene, poiché è il conoscitore del bello per eccellenza,
possedente nel suo intimo, innatamente, il concetto così inteso,
anche se è esatto pur riferirsi ad armonia quale valore
equivalente, compendiante in sé sia il bello che il buono. La
bellezza nell’arte è una condizione particolare, ben diversa dal
gusto per una cosa, essendo quest’ultimo totalmente agganciato al
piacere soggettivo scevro d’utilità, mentre il significato di cui
qui si tratta è molto ampio contenente anche una certa
“oggettività” poiché s’innestano nella sua natura funzioni a
tutela della società, e come potrebbe non essere in fondo
“oggettivo” qualcosa che è realmente utile? Altresì
bisogna distinguere dal bello nell’arte l’ estetica formale; tra
i due intercorre la medesima differenza rilevabile tra una persona e
l’immagine della stessa allo specchio, che non parla, non
trasmette, non esiste senza il soggetto principale, poichè
null’altro può apparire se non pedissequo scimmiottamento. Diversa
invece è l’estetica pura in se stessa che appartiene al bello
essendone parte integrante, aspetto, complemento visibile, forma
apparente della bellezza stessa consegnata all’artista che la
elabora nell’opera. Sul
bello nell’arte, molti autori se ne sono occupati, ricordiamo il
testo “Del bello” del 1765, manoscritto di Berardo Galiani
fratello del ben più famoso Ferdinando, conservato nella Biblioteca
Nazionale di Napoli. Egli scrive: «Ogni fatica deve essere diretta
a qualche fine utile, perciò non basta scoprire cosa sia il bello,
scoperta che così sola sarebbe di pura erudizione, ma bisogna
mostrare i mezzi più sicuri per potere coll'arte procurarci quel
bello che tanto ci alletta» (f 13r) …» e per terminare «
…mi si accordi conchiudere che le voci bello e buono sono sinonime»(f
27r). Galiani
tentava di afferrare e trasmettere il significato di bello
nell’arte, -ma come quanti altri hanno scritto su questo concetto,
si ricordino Schelling, Hegel, Hugh Blair, Dostojewsky, ognuno
secondo la propria disciplina,- egli infine si addentra in una serie
di termini e sottotermini, categorie e sottocategorie che forse
fanno perdere di vista il concetto originario. Desiderando
parlare del bello nell’arte non già come lo intravedono pensatori
e filosofi, ma dal punto di vista degli artisti che ne sono gli
esecutori, si può affermare che per questi il bello ha
accezione universale, contenente simultaneamente tutti i concetti
dianzi espressi, e concernente quella particolare percezione della
natura primigenia di ogni cosa concreta o astratta, visibile o
invisibile, ravvisabile nell’ attuale condizione oggettivamente
individuata e soggettivamente e intimamente conosciuta
dall’artista ma sempre rapportabile all’Assoluto. L’artista
è conscio di possedere nell’animo il criptato codice naturale di
bello, a lui accessibile direttamente e comunque limitatamente,
intuendone l’immensità, ma che può trasmettere - non con parole
essendo inesprimibile- mediante un’opera d’arte al
fruitore, anch’egli in possesso del medesimo codice ma in forma più
lontana, più arcana, per cui quest’ultimo- pur con la propria
personale sensibilità,- riesce a penetrare meglio nel mistero
del bello con l’opera d’arte tramite l’intermediazione
privilegiata di un autore. L’artista dunque ha funzione di catalizzatore per eccellenza tra bello universale e pubblico fruitore. Nell’opera
l’artista esprime, addensa tutto il “complesso bello”
nell’oggetto di conoscenza come individuato spiritualmente con
mente e cuore, intelligenza e sentimento, razionalità e
irrazionalità in completa e contemporanea sintonia. Che
il concetto di bello sia generalmente lo stesso in tutti gli artisti
comprova appunto la sua universalità, e seppure espresso,
estrinsecato in diversi modi e stili mutevoli nel tempo, sensibili
alle condizioni di vita ed alle vicende storiche sociali, sempre,
nella visione dell’opera riesce a produrre primariamente proprio
in altri artisti, quell’emozione familiare riconosciuta di
elevazione, di grande, di mondo superiore invisibile, frequentato e
frequentabile, identificando in sé stessi nella visione
dell’opera quel quid profondo, di naturalmente insito, di scoperto
e ancora da scoprire, che appartiene all’artista oltre
l’individualità e a tutti nell’universalità, quale dimensione
totale, globale e trascendente. Egli
non raffigura il bello, non ne tenta l’imitazione, non lo
riproduce, ma ne afferra spiritualmente taluni aspetti, indirizzando
il pubblico alla conoscenza del concetto attraverso l’opera,
stornandolo dalla sola realtà esteriore, invitandolo a guardare con
occhi nuovi quel che lo circonda come egli stesso vede, aiutandolo a
riconoscere la pregevolezza della verità la quale è realtà totale
di sostanza e non di apparenza. Il
bello creato da un artista nell’opera non ha regole o norme
precise, esso ha solo valore, perché catalogarlo, affidandolo a
convenzioni particolari che appartengono piuttosto a determinate
tecniche artistiche e stili, significa relegarlo, imprigionarlo,
costringerlo, diminuirlo, svuotarlo. Quando
il Winclkemann negli assunti sul suo personale concetto di bellezza
nell’arte esprime dettami soggettivi di riconoscimento, in fondo
ammette di non conoscere il bello appunto nella sua interezza, ma di
conoscerne solo alcune espressioni, proprio perchè diceva “si è
grandi solo se si imita il passato”. Ovviamente il bello
nell’arte passata ha una immensa valenza, ma ugualmente ne ha
nell’arte contemporanea ed in quella al di là da venire. Limitare
il bello, è come rinchiudere tutta la poesia in una sola poesia; quando
un autore realizza, durante tutte le fasi del percorso genetico
creativo, una sua opera, egli non ricerca mai il bello fine a se
stesso, che è esclusivamente rivolto alla seduzione, alla lusinga e
derivati, ma, si addentra nel bello-buono, nel bello supremo. Avendolo
conosciuto intellettivamente nell’oggetto dell’esperienza
artistica mediato dall’anima, lo rende visibile, svelando
quell’assolutezza di sostanza insita in ogni cosa, latente per
molti, ma percepibile al mondo artistico di cui fa parte,
proponendolo nell’opera come dono di conoscenza, rivelazione,
respiro di cui ogni anima ha bisogno per dilatarsi nello spazio e
innalzarsi verso il sublime. Neppure
la storia dell’arte esaurisce completamente il concetto di bello.
Essa può soltanto ammettere l’esistenza di quel che è già noto,
ma non può dogmatizzare assolutamente quel che ancora è
conoscibile. Casa
dunque è bello e cosa non lo è? E’
bello ciò che riesce a produrre nel visore quella particolare
sensazione di stupore simile a quella di un bambino che vede per la
prima volta qualcosa che non conosce ma che vedendolo con gli occhi
lo riconosce attraverso la purezza della sua anima. Stupore
però non sempre vale incanto, perché in quest’ultimo spesso si
annida l’artificio che nulla ha a che fare con la bellezza e la
bontà le quali equivalendo armonia significano in fondo
null’altro che Verità. Per
meglio esplicare il concetto, una poetica metafora potrà servire:
la conoscenza del bello nello spirito di ogni essere vivente, è
paragonabile all’ancestrale ricordo dell’Eden come era prima che
fosse sconvolto dalla disobbedienza, quale immagine arcaica
impressa, rimasta nel cuore del bello conosciuto e perduto. 01/04/2003
Copyright
by Raffaella Matera |
|
Spesso
da alcuna parte di operatori del mondo artistico il rapporto
tra arte e morale è rifiutato a priori in virtù di una,
presunta, totale libertà creatrice, dimenticando così che
tutto quanto appartiene alla sfera umana nulla ha di totale e
assoluto, ma solo e sempre di relativo. Costoro
non si rendono conto che l’arte è sempre, anche un fatto
morale, sia che pubblico o autore lo riconoscano o meno. Considerare
l’ amore-odio esistente in tale connubio è quanto mai
ostico per un artista, poiché comporta valutazioni
d’ordine sia soggettivo che oggettivo. Discernere
obiettivamente, secondo l’ottica propria dei creativi che
interessa qui, equivale ad interrogarsi sull’utilità
stessa- come entità- sia della prima, l’arte, che della
seconda, la morale, nel proprio io e come fattispecie sociale. Se
si accetta che l’arte, nelle sue varie espressioni, si
propone come coscienza critica del mondo, anticipatrice di
fatti futuri sociali, allora bisogna riconoscerle l’elemento
morale, e tale riflessione è sicuramente consolidata e
suffragata dalla stessa storia dell’arte. L’arte
prodotta ha sempre come presupposto, conscio o inconscio,
conosciuto o misconosciuto, negli stessi artisti, una
intenzione promotrice di tutela individuale e sociale. L’intenzione
non è un dato oggettivo, ma lo diviene in un certo qual modo
quando, onestamente, ogni artista riesca ad ammettere che le
spinte creatrici provate, tradotte in opera, non sono solo un
fatto privato fine a se stesso, che si esaurisce nell’atto
materiale finalizzato al manufatto, ma provengono da un
proprio bisogno esistenziale inserito in quello collettivo,
ossia nascono dal suo essere, vissuto nella socialità. L’artista
crea perché avverte l’esigenza di farlo, e non per
trascorrere del tempo che altrimenti non avrebbe come
impiegare. Creare
è originariamente un fatto vitale per lui che diviene poi
atto: ad esso l’artista affida le cognizioni raggiunte come
captate razionalmente ed irrazionalmente. Tale
pregnante conoscenza ha già una sua oggettiva funzione
embrionale proprio nell’intenzione di compiere un atto
benefico per se stesso e per gli altri, che autoinserisce nel
messaggio cognitivo dell’opera: tale intenzione non si può
certo denominare probante secondo il linguaggio corrente, ma
è spiritualmente riconosciuta probante dagli artisti, in
quanto rivolta sostanzialmente ad un apporto d’evoluzione
sia d’ambito personale che sociale. E
l’evoluzione è sempre un fatto morale. Nella
sfera individuale la spinta creativa, che è già arte in sè,
nel momento che sgorga dall’autore giova innanzitutto a lui
stesso, poichè creare gli consente quell’espressione
condensata di percezioni, altrimenti impossibile attraverso le
parole, tanto immensa e varia è la dimensione concettuale
afferrata con tutto l’io in rapporto allo spazio e al tempo. Riuscendo
pertanto a placare sperimentalmente la sua sete comunicativa
attraverso l’esecuzione dell’opera affidata poi al tempo,
l’artista trasmette quelle risposte cercate e trovate
dapprima in se stesso. Tali
riscontri comportano una crescita personale, e questa è
sempre, comunque, finalizzata ad una ricerca di benessere
interiore a protezione di quei timori moderni o ancestrali,
comuni ad ogni essere umano, anche quando si tenti di
nasconderli o di sopprimerli, essi, presenti quale buio
dell’anima, così restano se non portati altrimenti alla
luce. Ogni
opera di un artista, superata di conseguenza la fase
individuale, è proposta alla pubblica fruizione rimandando il
messaggio ai visori, affinché traggano dall’arte i
medesimi benefici conseguiti in primis dall’autore. La
vertenza cade sulla morale dunque, su cosa si possa definire
morale e cosa no. E’
noto la morale è mutevole nel tempo, condizionata da fattori
vari, da sistemi di vita, ma ha una base essenziale su cui si
poggia: tale base è il concetto stesso di morale, ossia
relativo all’etica –da non confondersi con l’etichetta-,
ed appartenente al vivere sociale, scaturente dalla stessa
storia degli uomini, che hanno avvertito in se stessi nel
corso del tempo, fin dalle prime aggregazioni sociali, il
bisogno di discernere ciò che è utile per il singolo nella
collettività, privilegiando però rispetto al primo,
quest’ultima, ossia l’umanità. Una
forma di codice arcano, presente e avvertito in ognuno, ma non
scritto se non nella coscienza di riconoscersi come persone
dotate di sentimento e pensiero che vivono insieme, ossia
riconoscersi uomini con altri uomini e quel che ne consegue. La
morale dunque ha, nel tempo, anch’essa funzione di tutela
dell’uomo nella società, non derivante da
un’intenzione fine a se stessa, imposta da alcuni per senso
discriminatorio, o restrittivo, inibitorio o altro comunque
definibile deleterio, ma originata dal comune pensiero di
un’epoca riconosciuto come utile, giovevole proprio alla
massa, alla sua sopravvivenza, alla sua continuità. Ma
è noto che l’artista precorre il tempo: non è un veggente,
ha solo una straordinaria sensibilità che gli permette di
percepire determinate intuizioni in anticipo rispetto agli
altri. Egli
riconosce i segni dei tempi, ne riconosce i prodromi di
mutamento, le sfumature di comportamento che vanno
accentuandosi o dissolvendosi. Li riconosce perché è abile e
sensibile osservatore, e mediando con il proprio pensiero tali
sintomi già presenti,li coglie, elabora e svela nell’opera.
Non
sempre ciò è accettato pubblicamente, anzi, spesso è
attaccato pubblicamente. Da
qui il rapporto di amore-odio secondo la morale comune di una
qualsiasi epoca. La
creazione di un’opera anticipatrice normalmente è in
scontro con la maggiore morale contemporanea: sia per il
messaggio, o l’espressione formale, tecnica, media e altro. Ma
non andrebbe tacciata di immoralità un’opera, solo perché
contenente, in palese o in latenza, contrapposizioni alla
morale esistente, ma bisogna piuttosto presupporre, se non
affermare, che in essa siano presenti germi morali ma
secondo nuovi, futuri aspetti. Gli
artisti sono consci, quando creano qualcosa di nuovo che
questa loro novità li esporrà a subissi di stroncature e
derisioni, ma continuano nel loro percorso cognitivo, e,
talvolta, casi fortunati, almeno per buona parte della loro
carriera ricevono delusioni che rasentano l’offesa talvolta,
prima che venga riconosciuta la loro qualità artistica. Senza
scivolare nella retorica o nel romanticismo, bisogna ammettere
che questo è un dato di fatto presente nella stessa storia
dell’arte. Ben
ne sono al corrente gli artimisti, i bricoleurs, o gli
apologisti di questa o quella tendenza filosofica, che di tale
elemento fanno un buon uso economico a proprio vantaggio,
aiutati da quelle strutture che reggono il mercato
dell’arte, proponendo appositamente opere da scandalo a fini
speculativi, studiate e non sgorgate dalla poesia che il vero
artista percepisce nella e dalla vita, per suscitare
quell’attenzione che la sola propria opera non merita e
forse non meriterà mai. Proponendo
nuove tendenze che non sono soltanto in rottura totale con la
morale, poiché non ne contengono proprio, affatto, essendo
solo manovre affaristiche, comportanti oltre la vendita di
opere siffatte, tutto un mercato parallelo già
preordinato e pronto, e di cui esse costituiscono
l’avanguardia commerciale, l’aggancio, la lepre finta. Ben
lo sanno anche i pseudo-dissacratori, i
pseudo-distruttori che provocano velleitariamente la rottura
con il passato- questa fatta sì ad arte- ma in un altro
senso, per attirare sui loro manufatti quelle forze economiche
di profani o illusi che mirano a lucrare in un sperato
indeterminato termine. Pertanto,
concludendo, si può affermare che l’arte -quando è vera
arte, e la morale -quando è vera morale e non moralismo, in
fondo combaciano sempre, e il loro è rapporto di solo amore,
perchè la loro sostanza in fondo è la medesima, ossia
l’utilità, il bello-buono per ogni uomo e per la società,
e le divergenze nascono da malintesi causati dagli slittamenti
del tempo, imperfetti sincronismi tra le due, poichè
per l’arte il tempo scorre sempre più veloce. 01/05/2003Copyright
by Raffaella Matera |
Unicità e MercatoIl concetto
di unicità dell’opera d’arte è, come altri, fra i più
controversi, non per il concetto in se stesso, quanto per
l’applicazione a tutti gli stili dell’arte, e chiaramente
qualcuno ne risulta sofferente.
A causa
dell’unicità, patisce, in qualche aspetto, anche il mercato
artistico- là dove la mercificazione del prodotto da conseguente
immissione massificata per gran numero di esemplari, ne resta
chiaramente svantaggiata- essendo il concetto in antitesi con tali
risvolti. Ma, nel
precipuo della pittura di cui qui si tratta, in tutte le sue varie
tecniche, l’unicità rappresenta un’ottima base valutativa della
qualità delle opere e conseguentemente del livello artistico
dell’autore. Ma cosa
s’intende per unicità ? L’unicità
dell’opera d’arte è quella particolare peculiarità che la
contraddistingue, ossia la creazione in unico esemplare in una
determinata epoca storica. Per meglio
dire l’unicità è la concreta individualità storicamente
determinata di un’opera. Se, fino ai
primi del Novecento, il concetto era inespresso perché tacitamente
riconosciuto ed approvato da tutti gli operatori del settore, e si
ricorda che all’epoca l’arte era un fenomeno quasi
esclusivamente elitario, con l’avvento del maggior benessere
comune, l’arte si affaccia dapprima sempre più spesso nelle case
della nuova borghesia, fino ad arrivare poi, giustamente, anche
nelle case di persone sensibili che con molti sacrifici
l’acquistavano per puro diletto personale direttamente da artisti
poco conosciuti, ma di talento. L’arte raggiungeva quindi
ogni sfera sociale seppur ancora limitatamente. Tra i primi ad
introdurre tale concetto va ricordato il letterato berlinese di
origine ebrea Walter Benjamin, quando intorno agli anni ”30, con
l’avvento dell’incipiente tecnologia, delle nuove tecniche
cinematografiche e soprattutto della fotografia, si rese conto che
un’opera d’arte era riproducibile in serie, e che solo l’opera
originale conservava il fascino tipico della creazione pura, perché
”… caratterizzata da una sua irripetibile aura” localizzata in
una dimensione temporale concreta e certa, pur riconoscendo alla
riproduzione la possibilità di rappresentare la genesi formativa
dell'opera, altresì riconoscendo che la serialità attuata e
promossa attraverso la tecnologia permetteva di rendere accessibile,
democraticamente al pubblico la visione e il possesso d’un
prodotto artistico, ma ne distruggeva l’aura appunto che resta
intatta solo nell’opera originale. Per Benjamin
l’aura consisteva in quel quid unico, sempre presente nell’arte
antica, ossia l’origine creativa dell’opera sgorgata
direttamente dall’artista in un determinato contesto
storico-sociale e spirituale individuale dell’autore. Essa,
rappresentava e certo rappresenta ancora, una garanzia di autenticità
di opera e artista. Essa era ed è un incentivo anche alla ricerca
artistica, volta a trovare quelle espressioni estetiche nuove e non
facilmente imitabili. Gli artisti
veri conoscono bene tali aspetti, perché dall’esposività
dell’opera nuova come concetto, idea, mezzo e stile, deriva tutta
una serie di pericoli di plagio. Ed un artista con pochi mezzi
finanziari può venire derubato- ciò avviene più spesso di quanto
non si creda, del frutto della sua ricerca- da parte di coloro che
possono autopromuoversi su vasta scala godendo di migliori
accessibilità finanziarie. Non è sempre attribuibile ad un artista
l’inizio di uno stile, è più facile attribuirlo a chi ne fa
un’esposizione pubblicizzata massiva ed intensa, ovvero tramite
quel battage che il sistema contemporaneo dell’arte offre a chi può
permetterselo. Ma l’unicità
è una difesa che l’artista- interessato a mantenere inalterato e
a far crescere il valore nel tempo della propria opera- pone e
attiva direttamente nella sua carriera, anche se a volte a scapito
proprio di quest’ultima. Essa è tipica
dei pittori non commerciali. E’ un’onestà creativa individuale
dell’artista che crede in se stesso e nella sua poetica. E’
un’affermazione di singolarità di estro, di personalità, di
diversità di idea, di abbondanza di flusso artistico che sfocia in
opere consequenziali per stile, ma sempre diverse e nuove per
concetto. Non è
difficile afferrare tutte le discussioni al riguardo che su tale
concetto si innescano, ma esso resta un caposaldo valutativo che pur
interferendo con la richiesta di mercato per taluni aspetti, per
altri invece la supporta, ma su opzioni diverse da quelle di
galleristi e mercanti d’arte in genere. Difatti, se
l’opera originale non è riprodotta manualmente ed in serie da
artisti- che pur trovando il fortunato filone di vendita per favore
di pubblico, si rifiutano di eseguire su richiesta il medesimo pezzo
più e più volte, anche se con qualche lieve ed insignificante
differenza e ovviamente a scapito della qualità- ma propongono
litografie del pezzo unico originale, a prezzo accessibile alla
massa, in copie numerate, datate e firmate, eseguite in centri
specializzati di cui hanno fiducia, gli operatori di mercato ne
traggono ugualmente beneficio dalla quantità, assieme agli amanti
dell’arte di ridotta disponibilità economica che possono
avvantaggiarsi di una fruizione più debole, ma ancora
significativa, quasi l’eco di un messaggio. Però gli
scandali denunciati di volta in volta dagli artisti stessi- rilevati
dai mass-media a seguito di indagini delle autorità- che si
ritrovano sul mercato migliaia di litografie della loro opera,
invece del numero limitato stabilito- lasciano trasparire che in
fondo tale sistema ha le sue lacune, come ogni altra cosa di questo
mondo. Che il
concetto di unicità sia valido ed opportuno, anche se avversato, lo
dimostra la sempre maggiore frequenza, anche di pezzi
“originali” falsi: i cosiddetti “falsi d’autore”. Ultimamente
tale canale artistico, allo scoperto quando non è fatto a fini
puramente speculativi, ha trovato un suo mercato; chiaramente il più
esperto acquirente che lo acquista sa benissimo trattarsi di un
falso, ma si conforta con il possedere un pezzo il più vicino
possibile all’originale invece che una litografia. Più spesso
invece, altri non intravedono alcuna differenza, tra l’oggetto
fittizio e l’originale, considerando il possedere un quadro falso
di un autore nulla più che uno status symbol, come tanti della
nuova era, da esibire agli invitati. Essi non
conoscono l’arte, quindi non possono apprezzarla. Essi raggiungono
visivamente l’opera nella sua sola esteriorità, peraltro mai
perfettamente e completamente identica all’originale per gli
esperti del settore, e sono convinti di fruirne, al pari di un pezzo
unico, valendo per costoro la sola immagine rappresentata. Ma proprio qui
subentra il concetto di unicità. Difatti tra il
falso d’autore (e per autore si intende il vero artista creante il
pezzo originale che poi si copia) e l’opera vera sussiste la
medesima differenza che passa tra un’immagine rimandata dallo
specchio e il soggetto che in esso si guarda. All’occhio
negligente sembrano eguali, non afferrando che la prima è
incorporea, inesistente, mentre il secondo, ossia la persona, è
vero. L’immagine non potrebbe esistere senza il soggetto reale,
mentre quest’ultimo esiste da sé, cioè è concreto nella sua
intima essenza. Proprio in questo campo il concetto di unicità è
più che mai attuale: possedere ad esempio un Monet, significa
possedere un periodo emotivo di Monet tradottosi poi nell’opera,
nella sua epoca, con i suoi mezzi, con la sua genesi formativa, con
i suoi studi, con la sua intelligenza, con le sue intuizioni, con il
suo occhio; significa possedere la poesia di un tempo determinato
della sua vita. Questi dati non sono presenti altrove ma solo nel
pezzo originale. Che poi il
concetto di unicità sia più che mai attuale in un’epoca dove il
falso si impone arrogantemente, nella moda, nella musica e altro, o
tenta di imporsi perfino nell’umanità con la clonazione, nella
pittura è ratificato proprio dal mercato artistico. Difatti esso,
conosce e riconosce indirettamente la validità di tale concetto,
proprio perché aggirato ricorrendo ad abili copisti,
specializzatisi nella riproduzione di opere di un tal artista,
maggiormente se non più esistente e quindi più vulnerabile perché
non può difendere quel che conosce bene, ossia l’unicità dei
suoi prodotti. I falsari
hanno un grande talento tecnico ma non hanno una loro poetica, ossia
non sono artisti ma conoscono bene l’attuale sistema dell’arte
contemporanea; essi preferiscono non affrontarlo, evitando tutto il
disagio, per usare un eufemismo, che invece subisce il vero
creativo.
Ma l’arte
appartiene a quest’ultimo.
01/06/2003Copyright
by Raffaella Matera
torna
su
|
L’artista
nel sistema dell’arte contemporanea
Si
è più volte citato in questa sede l’arte pura e il sistema
dell’arte contemporanea, che seppur legati fra di loro non sono
coincidenti, anzi si potrebbe affermare che il secondo in qualche
senso, paradossalmente, escluda la prima. Soprattutto
nell’ultimo mezzo secolo, a fini puramente speculativi, si è
instaurato un sistema non a favore dell’arte o degli artisti- cioè
mondo artistico propriamente detto- ma mercato profondamente e
capillarmente strutturato secondo regole, di mercato appunto,
applicate e applicabili a quei settori lavorativi dove la persona,
nella sua individualità intrinseca, è ritenuta davvero marginale.
In parole povere sistema di produzione e vendita a ritmo veloce. L’arte
per sua natura non è mai qualificabile pienamente in un settore
specifico tantomeno laddove l’uomo esaurisce il suo apporto
manuale fine a se stesso senza tenere conto di altre capacità di
cui è dotato, quella creativa appunto che normalmente è lontana
anzi lontanissima dalla logica di puro profitto. Il
sistema dell’arte contemporanea attualmente si avvale di due
grandi direttive: quella pubblica e quella privata, non separate e
distinte fra loro, ma in piena sinergia, quasi siano la medesima
entità che si denomina diversamente in base all’ambiente in cui
si innesta e opera. Quella
pubblica consta di gallerie civiche, eventi artistici promossi da
enti amministrativi, musei pubblici, critici d’arte, etc… Quella
privata si avvale di collezionismo privato, gallerie private,
mediatori d’arte, critici d’arte, case d’asta, manifestazioni
artisticheprivate corollate da enti pubblici. Entrambi
i settori si avvalgono dei mass-media per raggiungere gli obiettivi
prefissati. Questi
due spazi sono interdipendenti, e non potrebbe essere altrimenti,
poiché dove si parla di investimento, profitto o pubblicità
personale non vi sono differenze marcate. Si
noterà altresì che in entrambi il trait d’union è il critico
d’arte, ossia quel professionista abilitato che rivolge la propria
critica su opere, anche contemporanee (e quindi di autori non ancora
affermati su larga scala), e che in un qualche modo detta, traccia
delle linee su cui altri operatori si basano. Ovvero il critico
d’arte offre l’input qualificativo dell’opera e dell’autore.
Normalmente egli si affida alla propria base culturale e alla
propria sensibilità per esprimere un giudizio, che si presuppone,
sia esclusivamente oggettivo. D’altra parte riesce difficile
pensare ad un professionista talmente spersonalizzato che possa
eliminare il proprio gusto nell’espressione di una critica
obiettiva. Si
arguisce il potere di cui è investito, e a questa figura,
talvolta si può sostituire, a richiesta, un artista già molto
affermato che esprime la sua idea
personale su un autore sconosciuto. Si comprende che in
entrambi i casi, per un artista che desideri emergere nel mercato,
queste figure professionali rappresentano l’aire iniziale
simboleggiando e operando quale locomotore per la carriera. Ma
sarebbe riduttivo affidare tutta la responsabilità ai succitati,
perché essi rappresentano solo il primo passo d’accesso al mondo
dell’arte. Infatti una buona critica, dell’uno o dell’altro,
equivale sempre a riconoscimento, ad appartenenza di categoria.
Perché non basta frequentare o non frequentare un’Accademia per
essere definiti artisti, occorre l’iniziale e ufficiale
riconoscimento da parte del sistema se del sistema si vuole far
parte. Tale
situazione è la risultante di un aspetto fondamentale legato
al concetto stesso di arte: cioè poesia. Se gli
studi qualificano per tecnica un autore, la poesia lo consacra come
artista al di là del riconoscimento da parte del sistema. Se la
tecnica è apprendibile anche autonomamente e sperimentalmente, la
poesia è innata e non può essere insegnata, né appresa
volontariamente da nessuno. Come
si noterà la parte difficile per la ratificazione d’un artista,
superato lo scoglio della tecnica, resta sempre la poesia. Tale
aspetto è quanto mai importante, perché su di esso o
meglio sulla sua misconoscenza da parte del grande
pubblico, si fonda il sistema dell’arte. La
poesia è vaga, incorporea, astratta, spesso indecifrabile per i più,
eppure esiste. La riconosce chi la possiede. Chi ne è privo ma
vuole goderne, si affida al parere di altri: i critici appunto. Superata
questa prima fase, meno ostica di quanto si creda dietro congruo
esborso, l’artista si rende conto che è ancora, solo e soltanto,
imprenditore di se stesso. Questo può provocargli sofferenza, perché
sottrae tempo prezioso all’attività creativa, e non ha mezzi né
conoscenze personali o di mercato. In questa fase può subentrare
l’agente o rappresentante artistico, figura nota anche in altri
settori lavorativi più propriamente aziendali, che mette a
disposizione la propria abilità di vendita. Anche questo stadio
spesso è molto aleatorio. Ma l’artista di belle speranze, con
talento e studi, autonomi o accademici, che vuole entrare nel
sistema di mercato, ha altre possibilità, quali procurarsi un
patron. Il
patron è una figura importante, perché patrocina in qualche modo
l’attività del creativo tramite provate abilità di faccendiere
dotato d’ampio carnet di conoscenze a cui propone l’acquisto
delle opere, e, soprattutto ha contatti in alto loco, anche politici
a cui presentare il pupillo. Non è conosciuto l’entità di
controparte richiesta al creativo, perché questo è un dato molto
soggettivo e poco inquadrabile. Dall’avvicinamento del politico in
auge, l’autore riesce ad ottenere un’altra forma di
riconoscimento ancor più ufficiale, pur proveniente da altro
ambiente, e donando a sua volta promessa di
sicurezza creativa, permesso di uso d’immagine. Ovvero se
l’arte è denuncia di alcuni aspetti della società, si ha
certezza, legando al proprio carro l’artista, che gli stessi
argomenti non saranno mai oggetto di trattazione. L’arte in tal
modo diviene arte politica. E lo sarà ancor più quando scenderà
in piazza per rendere il piacere, sostenendo chi l’ ha
sostenuta. E’
facile comprendere da questo passaggio, che l’artista promettente,
in tutti i sensi, è ormai giunto prepotentemente ad innestarsi nel
settore culturale pubblico. Può
partecipare a concorsi d’arte pubblici, essere favorito in diverse
manifestazioni, ottenere commesse di opere pubbliche. Non è ancora
il successo, ma è un’opportunità grande: per farsi conoscere,
consapevolmente sperare nell’assegnazione di qualche benevolo
premio da esibire sul curriculum artistico, poter esprimersi e
lavorare, perché di sola arte non si sopravvive. Tale
situazione è appannaggio soltanto di alcuni, ma il creativo può
tentare ancora altre difficili chance per entrare a far parte del
sistema dell’arte contemporanea, ad un livello più alto ed
immediatamente collegato al guadagno e alla fama qualche volta,
unici che spesso interessano sotto l’aspetto lavorativo e
carrieristico vero e proprio, cioè il settore privato:
collezionisti, gallerie, fiere d’arte. Non è
automatico che l’accesso al settore privato faccia divenire
immediatamente realtà il sogno dell’artista rampante, anzi, lo
scotto è sempre molto alto, almeno per un certo periodo di tempo più
o meno lungo. Difatti
il creativo che, riepilogando: abbia un buon bagaglio tecnico,
ottenuto buone critiche qualificate, sia riuscito ad ottenere premi,
trovato che abbia o meno un patron, riesca a partecipare su invito a
mostre presso strutture pubbliche, abbia cominciato a vendere le
proprie opere, cerca conseguentemente una fascia più ampia di
mercato: quello privato. Ammesso che le sue opere sia ritenute
meritevoli d’esposizione-a diversi livelli- l’unica postilla
negativa è l’esborso corposo a cui è costretto. I costi sono
diversi, ma normalmente si esprimono in quote– mediamente alte-
per qualche metro lineare d’esposizione ed in cui confluiscono
tutte le spese vive che gli organizzatori sopportano per tenere in
piedi la struttura- sia fiera, sia galleria- e nella percentuale in
caso di vendita delle opere esposte. Anche quest’ultima è
variabile, ed entrambe
le condizioni sono in un certo senso controproducenti per
l’artista. D’altronde gli organizzatori non sono dei mecenati né
benefattori ma professionisti di mercato che richiamano e
allestiscono un progetto affaristico notevole, invitando in tali
manifestazioni tutti gli operatori del settore. La direzione
artistica è affidata normalmente ad un critico d’arte
professionista. Da
questo tipo aggancio l’artista riceve inizialmente un immediato
danno finanziario, perché spesso senza alcun ritorno economico,
guadagnando però la soddisfazione d’una visibilità ampia
altrimenti vietata. E’ utopistico sperare in acquirenti probabili
in tali sedi, non
essendoci chi propone adeguatamente l’opera e d’altronde chi
organizza ha già ottenuto il preventivato margine di guadagno da
ogni artista mediante la quota di adesione, che moltiplicata per il
numero di espositori, lo rende pago sufficientemente non
stimolandolo all’ardua impresa di vendita. I costi delle opere
inoltre vengono lievitati proporzionalmente alla percentuale di
rappresentanza da rilasciare all’organizzatore, cosa che va a
scapito della vendita. Ma, qualora il pubblico mostri un interesse
particolare per un artista, opti per le sue opere, gli operatori
presenti sensibili a tutte le sfumature, possono individuare il
potenziale affare e offrire un contratto di rappresentazione
all’artista. Se da un lato quest’ultimo ringrazia la fortuna-
cioè favore di pubblico- dall’altra si lega per sempre a quelle
espressioni estetiche risultate gradite al pubblico. Il
gallerista gli chiederà di realizzare soltanto opere vendibili,
spesso su richiesta degli acquirenti, che non sempre sono le
migliori dal punto di vista qualitativo. Chiederà un preciso numero
di opere, sempre più alto, per far fronte alle esigenze di un
mercato globale che agisce contemporaneamente in diversi punti del
pianeta strategici per l’arte e in un determinato tempo:
l’artista diviene in tal modo un semplice produttore di un oggetto
di mercato. Si
preclude così il fascino della ricerca, si aliena il fascino della
crescita. In questa fase la parte di sistema pubblico dell’arte è
collegato al privato esteriormente intervenendo e presenziando su
invito ai vernissage. Ma all’artista
cui tale evento è trascorso sottotono, può aprirsi un ulteriore
sbocco, angusto e arduo in verità, qualora si ingrazi un
collezionista. I
collezionisti si dividono in due categorie: il collezionista-esteta
e il collezionista-investitore. L’esteta acquista arte per proprio
diletto, la conosce, la capisce, ha basi culturali, è una persona
normalmente fine e sensibile. L’investitore
invece ha conoscenze culturali sufficienti
per non prendere abbagli e investe capitali in un opera, si
avvale di pareri critici qualificati, eseguendo coll’acquisto una
semplice operazione finanziaria simile a quelle che si fanno in
borsa. Quest’ultimo
collezionista può permettere il successo economico ad un artista e
può decretarne la fine ugualmente, perché il mercato ha le sue
regole. Egli
con un suo acquisto promuove, accerta la quotazione, la rialza o la
abbassa, ne effettua lo scambio con altri collezionisti, fa da
traino, fa mercato, fa movimento dell’opera. Il
collezionista che investe in un autore ha interesse a promuoverlo,
ha il potere adatto per farlo, possiede le conoscenze adatte:
critici d’arte di fama, galleristi importanti, e direttori
artistici di musei, ultimo tassello che ratificano e sanciscono il
destino di un artista. Allorché
una sua opera, a discrezione del direttore, viene musealizzata, le
vicissitudini negative dell’artista volgono al termine. Ma si
è trascurata la poesia che per un vero artista è la parte
fondamentale. Gli artisti che desiderano emergere nel mercato sono
costretti a fuorviare dalle proprie iniziali idee poetiche, le
sacrificano insieme ad altre cose, volgendosi alla concretezza nella
sua accezione più pura. Cioè smettono di essere artisti e
divengono operatori estetici per passaggi graduali. Non
tutti gli artisti accettano le regole del mercato. Molti se ne
chiamano fuori non intendendo rinunciare alla inalienabile libertà
creativa. Continuano il loro percorso cognitivo, producono le loro
opere seguendo il ritmo delle emozioni, il palpito della loro anima.
Osservano la realtà che li circonda, la sintetizzano, la condensano
nell’opera, ne mostrano gli aspetti sempre sotto l’egida della
poesia ispiratrice. Costoro sono gli illusi, i derisi: sono artisti.
Possono, raramente, avere successo ugualmente acquisendo il frutto
della loro perseveranza, creandosi un mercato parallelo, umano,
antico, poetico composto da due sole persone che si assomigliano,
che si riconoscono, che si incontrano: artista e
collezionista-esteta. Di
essi il sistema non può impossessarsi in vita: poiché non
accettano regole, non accettano imposizioni, anche se attaccati,
tacciati di polemica eccessiva, di instabilità caratteriale,
qualificati fasulli sognatori. Ma sono delle creature felici quando
creano e quando possiedono l’opera. Sono fuori dal gorgo, fuori
dalle spire, fuori dal tempo. 01/07/2003
Copyright by Raffaella Matera torna
su |